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Il figlio di Riina: via da Corleone meglio Cernusco sul Naviglio

Posted by cernuscotv su novembre 21, 2008

Il figlio del boss ha chiesto il trasferimento al Tribunale

ROMA — L’ultimo dei Riina vuole lasciare Corleone. L’ultimo e unico libero, sebbene sottoposto alla sorveglianza speciale con soggiorno obbligato, chiede di trasferirsi nel Nord Italia, dove sostiene di aver trovato un posto di lavoro: impiegato di quarto livello, qualifica di assistente tecnico di cantiere.

La località prescelta è Cernusco sul Naviglio, venti chilometri da Miano, dove un’impresa locale gli ha offerto occupazione e alloggio. Giuseppe Salvatore Riina detto «Salvo» ha 31 anni ed è il terzogenito di Totò Riina, il boss mafioso seppellito in carcere dalle condanne guadagnate con gli omicidi e le stragi ordinate mentre era a capo di Cosa Nostra; suo fratello Giovanni, che di anni ne ha 32, è pure lui un ergastolano per tre omicidi. Lui invece per quei delitti è stato assolto in appello tre settimane fa, e gli è rimasta una pena per associazione mafiosa a otto anni e dieci mesi, in buona parte già scontata in carcerazione preventiva. A febbraio scorso, in attesa del verdetto della Cassazione fissato al prossimo gennaio, è stato liberato per scadenza dei termini stabiliti dalla legge. È tornato a Corleone (nonostante le proteste del sindaco che lo accolse con un esplicito «non lo vogliamo») annunciando un ricorso alla corte europea di Strasburgo contro «l’eccessivo periodo di custodia cautelare subita ».

E appena arrivato gli hanno applicato la misura dell’obbligo di firma in commissariato per tre anni, in quanto soggetto «socialmente pericoloso». A luglio, negli stessi giorni dei preparativi delle nozze della sorella Lucia che proprio «Salvo» ha accompagnato all’altare per l’assenza forzata degli altri maschi della famiglia, la Questura di Palermo ha proposto ai giudici di prolungare l’obbligo di firma. Richiesta motivata dal fatto che il figlio di Totò Riina non mostra «una rivisitazione critica del proprio passato»; e tra frequentazioni «equivoche» di persone con precedenti penali più o meno rilevanti (tra cui il cognato Antonino Ciavarello, pregiudicato per mafia) e un ritardo nella firma di 16 minuti verificatosi in un’occasione (il 25 giugno s’è presentato alle 9,46 anziché alle 9,30), «non si può escludere che facendo leva sull’indiscusso carisma di cui ancora gode, possa tentare di riappropriarsi del ruolo egemonico rivestito nella consorteria criminale nel periodo precedente al suo stato di detenzione, riorganizzandone le fila».

Anche per questo «Salvo» Riina ha chiesto di andarsene da Corleone, con un’istanza appena presentata alla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo dall’avvocato Luca Cianferoni. Il quale scrive che il quadro della «pericolosità sociale» del suo assistito è molto diverso dopo l’assoluzione ottenuta per gli omicidi, che Riina jr ha cercato per mesi un’occupazione stabile a Corleone «senza successo», e che l’«importante e concreta» proposta di lavoro giunta da Cernusco sul Naviglio offre «evidenti benefici di ordine economico, ma innegabilmente anche nell’ottica di un positivo reinserimento sociale». Infine, assicura il legale, le possibilità di controllo sul sorvegliato speciale resterebbero immu-tate, in Lombardia come in Sicilia. Dell’intenzione di rifarsi una vita «lontano, purtroppo, dalla mia terra », l’ultimo dei Riina aveva scritto ai giudici che in primo grado lo condannarono a 14 anni di carcere, poi ridotti in appello. Frasi di tutt’altro tenore da quelle intercettate dalle microspie della polizia nel 2001, quando rivendicava «il sangue di Corleone» che scorre nelle sue vene. O quando disse a un benzinaio del paese, che durante uno sciopero dei fornitori era rimasto con una riserva di carburante destinata a polizia e carabinieri: «Sono io le tue forze dell’ordine», e si fece fare il pieno di benzina. O quando, passando sul tratto di strada dove furono uccisi Giovanni Falcone e le altre vittime della strage di Capaci, ornato da corone di fiori celebrative, sibilò all’amico che era in macchina con lui: « Ci appizzanu le corone a ‘stu cosu »; e riferendosi a suo padre Totò aggiunse: «Non so come sarebbe andata a finire, se allo Stato poi lui non ci avesse fatto calare le corna…».

«Per quelle frasi assurde ha fatto ammenda in Tribunale — ricorda l’avvocato Cianferoni —, e oggi Salvo cerca di aprirsi nuovi orizzonti, per non rimanere schiacciato dal peso del nome del padre. Con il quale mantiene ovviamente una continuità affettiva, mentre propone una scelta di discontinuità su tutti gli altri piani. Per esempio rispetto all’antica convinzione che fa coincidere la presenza sul territorio di una persona come affermazione del suo potere mafioso. Si chiude un’epoca». E Totò Riina che ne pensa? «Non è contrario. Nella sua situazione, l’unica cosa che gli preme è il futuro dei figli».

dal Corriere della Sera

La notiziasembra essere stata smentita dal Ministro per i Rapporti con il Parlamento (leggi qui)

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